Ivo Saglietti - Cacciatori di cibo

IVO SAGLIETTI

CACCIATORI DI CIBO

June 18th – July 1st, 2015

Event Address:

Via Dante, 12 Internal Courtyard

Milan – Italy

 

“Haiti, so close to us, so far from the Sky”

In the last few months, we have been talking of nothing but the Expo, of nourishing our planet and of food, flavours and scents. Between May and October, we will take part in a funny feast of taste and palate, in an immense kermesse where we will all be invited to applaud refined and sustainable products, and feel involved in having contributed somehow to the safeguard of our tormented planet… Will we succeed in guaranteeing healthy, safe and sufficient food for all people and respecting the earth and its equilibriums?

It is more difficult, however, to talk about food in forgotten areas of the world, in geographical outskirts and marginal places considered insignificant and without interest… like in Haiti. Not everybody knows this small “reality”. In the past it was a French colony and one of the first American countries to declare its own independence. Washed by the Atlantic ocean and the Caribbean sea, its territory covers the western part of a large island, and to the east it adjoins with the Dominican Republic. Haiti is one of the poorest countries in the Americas, or even in the world. It is wrapped in savage winds, suffocated by a terrible climate and cruel dictatorships, devastated by floods, illnesses, epidemics and earthquakes, and without any economic or mining resources in which the West can have any interest. It seems forgotten, deleted from maps, and remembered only for several catastrophes which raise a fleeting pity for poor people who are inert in front of a tragic destiny.

The photographer Ivo Saglietti, who won the World Press Photo award three times, went to Haiti in 1995, when a multinational corporation “occupied” the country to bring “Freedom, Peace and Democracy”. Was somebody eventually taking care of this country at the margin of the world? This “humanitarian” entrance soon revealed, behind a generous act which was as illusory as it was dubious, a dramatic truth. One day, Saglietti, following a group of American military vehicles, arrived at an immense rubbish dump where the West was emptying its waste. The vision which appeared to the photographer was apocalyptic. Two enormous rubbish trucks stopped in a boundless space. With slow and determined movements, like two leviathans with immense jaws regurgitating the evil of the world, they opened their mouths, vomiting what they swallowed before. The huge doors of those terrestrial monsters then began to discharge mountains of malodorous rubbish: from the left-overs of hamburgers to half-empty bottles of water, from coca cola cans to milk cartons and rotten fruit. All the waste of the world seemed to amass, to pile and to concentrate in that place, in a putrid and unhealthy stench and under the rigorous control of American soldiers who watched the regularity of all operations like vigilant and impeccable sentinels. Nevertheless, the unpredictable had yet to occur. Suddenly, as if splendid gifts were “discharged” by a beneficent and magnanimous sky, as if the manna from the sky were descending, a thousand youngsters, women and children threw themselves furiously on those dreadful mountains. Then began the hunt for food and for whatever could be still used. A war amongst poor people raged. A tangle of bodies fluctuated uncannily to breathlessly pursue some fine rubbish. Saglietti, with a careful and at the same time tormented gaze, took the important moments of this dramatic life-and-death struggle. He depicted horrendous scenes which provoke scorn, rage, indignation… sorrow. From the arrival of the trucks to the dumping of the rubbish, the human “dive” on the waste, the shot of those mountains completely cleaned, and the sad image of a dead dog… everything appears with disconcerting and unreal tones. More than highlight the dread roused by that vision, the photographer underlines the piety towards a world rejected in its right to life. In this obscene show, a light illuminates the different shots, triggering the beauty of faces, the vitality of bodies, the smiles of children, as if human dignity, even if trampled on and offended, can never be cancelled or denied. And the wounds continue, like the fake help which so often doesn’t do anything but make “rich people” richer with fabulous wages, by “pretending” to help poor people… Indeed, everything carries on like always, even today, with violence, illnesses, orphans and… the rubbish dumps.

Andrea Dall’Asta (director of Galleria San Fedele – Milan)

ivo@ivosaglietti.com

www.ivosaglietti.com

www.zeitenspiegel.de

 

“Haiti, a noi così vicina, così lontana dal Cielo”

In questi ultimi mesi, non si fa che parlare di Expo, di nutrire il pianeta, di cibo, di sapori e di profumi. Tra maggio e ottobre, parteciperemo a un’esilarante festa del gusto e del palato, a un’immensa kermesse, dove tutti saremo invitati ad applaudire prodotti raffinati e sostenibili, sentendoci coinvolti nell’avere contribuito in qualche modo alla salvaguardia del nostro così tormentato pianeta… Riusciremo a garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, rispettando così la terra e i suoi equilibri?

Più difficile è tuttavia parlare di cibo nelle zone dimenticate del mondo, nelle periferie geografiche, nei posti marginali, considerati insignificanti e privi d’interesse. Come a Haiti. Non tutti conoscono questa piccola «realtà ». Un tempo colonia francese, è stata una delle prime nazioni americane a dichiarare la propria indipendenza. Bagnato dall’Oceano Atlantico e dal Mare dei Caraibi, il suo territorio copre la parte occidentale di una grande isola, confinando a est con la Repubblica Dominicana. Haiti è il paese tra i più poveri delle Americhe, meglio, del mondo. Stretta tra un micidiale vento, soffocata da un clima infelice e da dittature spietate, tra devastanti inondazioni, tra malattie, epidemie e terremoti, senza risorse economiche o minerarie che possano avere un qualche interesse per l’Occidente, appare dimenticato, cancellato dalla cartina geografica, ricordato solo per qualche catastrofe che ricorda la sua presenza, suscitando una pietà passeggera per la povera gente inerte di fronte a un tragico destino.

Il fotografo Ivo Saglietti, vincitore per ben tre volte del World Press Photo, si reca nel 1995 a Haiti, quando una forza multinazionale «occupa» il paese, per portare «Libertà, Pace e Democrazia». Ci sarà finalmente qualcuno che si occupa di questo paese collocato ai margini del mondo? Questo ingresso «umanitario» rivela ben presto, dietro un’apparente quanto improbabile gratuità, una drammatica verità. Un giorno, Saglietti, seguendo un gruppo di mezzi militari americani, giunge a un immenso immondezzaio, dove l’Occidente scarica i propri rifiuti. La visione che si dischiude al fotografo assume toni apocalittici. Due enormi camion di spazzatura si arrestano in uno spazio sconfinato. Con movimenti lenti e decisi, come due Leviatani dalle immense fauci dai quali rigurgitano il male del mondo, aprono la loro bocca, vomitando quanto ingoiato. I giganteschi portelloni di questi mostri terrestri comincino quindi a scaricare montagne di spazzatura maleodorante: dai resti di hamburger alle bottigliette d’acqua mezze vuote, dalle lattine di coca cola ai cartoni di latte, alla frutta marcia. Tutti gli scarti della terra sembrano accumularsi, accatastarsi e concentrarsi in quel luogo, nel fetore putrido e malsano, sotto il rigoroso controllo dei soldati americani che vegliano come attente e impeccabili sentinelle alla regolarità di tutte le operazioni. L’imprevedibile deve tuttavia ancora accadere. Di colpo, come se fossero stati «scaricati» splendidi doni da un cielo benefico e magnanimo, come in una discesa della manna dal cielo, un migliaio di ragazzi, di donne e di bambini si gettano furiosamente su queste orrende montagne. Inizia allora la caccia al cibo e a quanto può ancora servire. Una guerra tra poveri si scatena. Un groviglio di corpi fluttua misteriosamente, all’inseguimento affannoso di qualche pregevole spazzatura. Saglietti, con uno sguardo attento e sofferto allo stesso tempo, riprende i momenti salienti di questa drammatica lotta alla sopravvivenza. Ritrae scene orrende, che fanno emergere sdegno, rabbia, indignazione. Dolore. Dall’arrivo dei camion allo scarico della spazzatura, al «tuffo» umano sui rifiuti, alla ripresa di montagne letteralmente ripulite, alla triste immagine di un cane morto… tutto si presenta con toni sconcertanti e irreali. Più che mettere in rilievo l’orrore che suscita la visione, il fotografo fa tuttavia emergere la pietas verso un mondo negato nel suo diritto alla vita. In questo spettacolo osceno, una luce illumina i diversi scatti, accendendo la bellezza dei volti, la vitalità dei corpi, il sorriso dei bambini, come se la dignità umana, pur calpestata e offesa, non potrà mai essere né cancellata né negata.
E le ferite continuano, così come i falsi aiuti che troppo spesso non fanno che arricchire i «ricchi», con stipendi favolosi, «fingendo» di aiutare i poveri… Già, tutto continua, come sempre, anche oggi, con la violenza, le malattie, gli orfani e… gli immondezzai.

Andrea Dall’Asta (direttore Galleria San Fedele – Milano)

ivo@ivosaglietti.com

www.ivosaglietti.com

www.zeitenspiegel.de

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